Per non scaricare i costi sui clienti, la grande distribuzione scarica i costi sui piccoli produttori. Ad oggi si può dire che la questione del costo del cibo è fuori controllo.

Le microimprese fornitrici della grande distribuzione chiedono adeguamenti dei propri listini ma riscontrano una forte resistenza da parte della grande distribuzione, che cerca di limitare al massimo gli aumenti o cerca di applicarli spalmandoli su tempi lunghi da 3 a 10 mesi.

Gli aumenti rispetto ad alcune materie prima sono già iniziati nella prima metà del 2021 e via via si sono intensificati.

I produttori che forniscono la grande distribuzione per un primo periodo hanno cercato di gestire gli aumenti delle materie prime senza applicare rialzi sul prezzo del prodotto. Le problematiche sono via via peggiorate e soprattutto, ciò che risulta un problema senza precedenti, è che sono aumentati tutti i costi: farina, mais, cereali in generale hanno avuto aumenti sino al 100%, burro, latte in polvere e carne hanno subito aumenti tra 50 e 80%, ma anche il packaging: cartoni, film e pellicole di imballaggio hanno subito aumenti dal 60 al 80%.

Questo ha fatto sì che a fine 2021 le imprese trasformatrici abbiano iniziato a calcolare gli aumenti da applicare ai propri prodotti per avviare la contrattazione con la grande distribuzione.

Da gennaio possiamo dire che la situazione è precipitata perché gli aumenti dell’energia e del gas, già prima del conflitto in Ucraina erano diventati insostenibili.  Il risultato è che le imprese di trasformazione si trovano schiacciate tra il fornitore di materie prime che continua ad aumentare il costo del prodotto e la grande distribuzione che fa resistenza a riconoscere il maggior prezzo. E questo ci penalizza fortemente”, ha spiegato il Segretario Regionale di CNA Piemonte Delio Zanzottera.

Per dare un’indicazione, gli aumenti richiesti dai produttori sono sopra il 10% e l’aumento accettato dalle catene di grande distribuzione è minore o uguale alla metà – ha aggiunto la responsabile regionale di CNA agroalimentare Elena Schina – . Insomma, per ogni acquisto le nostre aziende perdono circa il 50%.  Si evidenzia, però, che gli aumenti richiesti dalle microimprese e dalle imprese artigiane di trasformazione agroalimentare sono comunque parziali, le nostre aziende, infatti, non stanno ribaltando totalmente i costi sulla grande distribuzione, ma stanno già cercando di assorbire l’aumento dei costi con una riduzione dei loro margini, ma a quanto pare questo non basta alle società. Quindi a maggior ragione si può comprendere come questa resistenza all’adeguamento dei prezzi metta in fortissima difficoltà le imprese”.

È vero che in questo modo la grande distribuzione tenta di tutelare il potere di spesa del consumatore, ma anche i dipendenti delle imprese trasformatrici sono consumatori e in questo momento le imprese di trasformazione vedono la propria attività fortemente compromessa.

È chiaro che sia interesse delle imprese riuscire a mantenere i rapporti di fornitura con la grande distribuzione, ma è necessario che ci sia una ripartizione dei costi sull’intera filiera che non soffochi chi si trova nel mezzo.

Ed è necessario, inoltre, che si attivi un monitoraggio anche rispetto alle speculazioni sulle materie prime, che ovviamente in alcuni casi ci sono e che concorrono ad aggravare la situazione